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"A ricordare e riveder le stelle": il ricordo delle vittime di mafia nella giornata a loro dedicata

Nel giorno del 21 marzo, in molti luoghi del nostro Paese vengono letti tutti i nomi delle vittime innocenti delle mafie: sono uomini, donne, bambini che hanno perso la vita per mano della violenza mafiosa. Anche noi studenti della classe 5A del corso Servizi per la Sanità e Assistenza Sociale, guidati dalla professoressa Gabriella Manzini, abbiamo dedicato alcuni momenti, durante la lezione di venerdì 19 marzo scorso in didattica a distanza, per la lettura dei nomi di queste vittime, accompagnata da una breve ricerca sulle circostanze di quelle tragedie. Anche quest’anno abbiamo aderito al percorso laboratoriale che ci è stato proposto dall’associazione “Libera VCO”. Il progetto prevede un percorso che ha come finalità quelle di contrastare la tendenza all’indifferenza che genera oblio, fornire degli spunti per un’analisi dei fenomeni mafiosi, restituire alle vittime il riconoscimento del valore etico e civile dei loro percorsi di vita e di impegno,conoscendo anche le loro storie. Lo slogan scelto per la Campagna Nazionale di Libera è “A ricordare e riveder le stelle” e racchiude molti significati. In particolare, a settecento anni dalla morte di Dante Alighieri, possiamo citare l’ultimo verso dell’inferno della Divina Commedia, “e quindi uscimmo a riveder le stelle”, per esprimere il desiderio di uscire dall’isolamento e dal distanziamento della pandemia. Le stelle in questo senso corrispondono alle persone che ogni giorno si battono e si sono battute per ottenere giustizia sociale, legalità democratica e che con la loro luce, illuminano il nostro cammino. Per questi motivi, abbiamo scelto come simbolo proprio la figura della stella, realizzando un collage di nostre foto nelle quali noi mostriamo una stella disegnata da noi, che riporta il nome di una vittima. A toccarci particolarmente è stata la testimonianza che ci ha offerto la nostra insegnante di diritto, la professoressa Maria Enrica Caldarazzo, raccontandoci la storia del cugino che ha perso tragicamente la vita per opera della crudeltà mafiosa. Donato Diego Maria Boscia (6 novembre 1957- 2 marzo 1988) è nato a Corato, una piccola cittadina del barese. Vive però a Gioia del Colle, città di origine dei suoi genitori sita sull’altopiano delle Murge, ed è qui che inizia il suo brillante percorso di studi che si concluderà a 23 anni con il conseguimento, a pieni voti, della laurea in ingegneria civile presso il Politecnico di Torino. E’ un ragazzo socievole, ben visto da tutti. Amante degli sport e della natura. Visti gli ottimi risultati nel suo percorso scolastico, diplomato con 110 e lode, riceve differenti proposte di lavoro, e nel 1984, dopo aver assolto gli obblighi della leva militare, sceglie di lavorare per la Ferrocementi, una grossa società edilizia di Roma. Tra i tanti lavori affidatigli in tutta Italia, lavora a Castagnara, in provincia di Venezia, per la costruzione della diga più grande d’Europa. Visti gli ottimi risultati di Donato, la società gli offre un incarico a Palermo per la realizzazione dell’invaso, a uso per l’acquedotto di Palermo, e per la costruzione di una galleria nel Monte Grifone, scommettendo con i suoi operai, che sarebbero riusciti a portare a termine il lavoro entro il 14 aprile 1988. Nell’assolvimento di tale delicato incarico, però si scontra sin da subito con gli interessi della malavita organizzata locale. Donato, che si è sempre contraddistinto per la sua onestà, decide senza esitazioni di non piegarsi alle loro pressioni e di continuare a portare avanti il suo lavoro con professionalità, dedizione e profonda onestà, senza avere mai ripensamenti, senza tornare sulla sua decisione. I lavori proseguono regolarmente, ogni giorno Donato smonta dal servizio alle 17 e si intrattiene sempre un po’ di più sul cantiere con gli operai; gli orari della sua giornata sono sempre gli stessi e i suoi killer lo sanno bene. La mafia non riesce a mettere le mani su quell’imponente opera e il giovane ingegnere che non si piega non deve vivere di più. La sera del 2 marzo 1988 Donato sta tornando a casa quando, nei pressi di Ciaculli, la sua auto viene bloccata a un incrocio da un commando mafioso che lo fredda con ben cinque colpi di pistola, senza lasciargli scampo. Si interrompe così la sua giovane vita, a soli 31 anni, e con essa i suoi sogni, le sue speranze, la sua brillante carriera in ascesa. Il 2 giugno 2001 Donato è insignito della Medaglia d’Oro alla memoria al Merito Civile e l’invaso, quell’invaso, che oggi fornisce acqua a Palermo porta il suo nome, in memoria del suo coraggio.

Simone Giambersio, Gaia Orioni e Clarissa Chiacchio 5A SSAS